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Ciao "Ivn"..

di admin (22/07/2008 - 19:36)

Ciao "Ivn",
vorrei poterti abbracciare amico mio.
Poterti chiamare con tutti i tuoi soprannomi, con il nostro slang.
Vorrei poter vedere il tuo splendido sorriso, spesso beffardo, i tuoi
scatti di rabbia.
Poter rispondere alle tue domande. Continuare a ragionare.
Amico "omone", vorrei rivedere quel lampo nei tuoi occhi intelligenti.
Vorrei non doverti ricordare.
Ci siamo conosciuti bambini, noi figli di mamme grandi amiche già
prima della nostra nascita.
Polpette alle melanzane, Villa Borghese, le nostre case, le nostre famiglie.
Io te e Vale, tre gemelli.
Amico "Ivanaskaia" vorrei giocare con te, come abbiamo sempre fatto.
Come da bambini a pallone dentro la tua stanza, distruggendo quello
che era possibile distruggere.
Abbiamo sempre giocato Ivan! a carte, a risiko, a worms.
Ricordi le nostra urla quella sera stellata a Mompeo?; "ti attacco con tre"!!! "nazista infame" rispondevi dandomi uno spintone.
Di fronte casa, seduti al tavolo con i nostri carammatini (i tuoi dovevano essere sempre neri) tiravamo i dadi bestemmiando le nostra grida d'attacco!.
Il tempo passato assieme, amico, è sempre stato quello più bello.
Il nostro tempo libero vissuto giocando; da bambini, da adolescenti, da adulti…
Abbiamo continuato a farlo, fino all'ultima volta che ci siamo visti poche ore prima di Italia Spagna. Abbiamo giocato a pallone, come tante altre volte nel campetto di Vigna Mangani, due contro due; ti ho battuto due volte, io con Francesco, tu con Vale.
Non ci sei rimasto male…, hai sorriso, beffardamente, alla sconfitta.
Amico "svaccone" non avresti potuto giocare con i tuoi amici, ma lo facevi, lo volevi.
Hai vissuto quello che volevi vivere.
Hai scelto, sempre. Avevi questa consapevolezza, ne abbiamo parlato assieme.
Oggi c'è un  pezzo, grosso come te, che da me si è staccato per sempre; per lo meno per il tempo che mi rimane.
Con me sei sempre stato sensibile, intelligente, generoso.
Così ti ricordo amico mio.
Oggi non ci sei.
Ti porto con me, te lo prometto.

Posso soltanto questo, ora, amico mio.

Francesco

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Ogni volta che penso a Ivan..

di admin (22/07/2008 - 19:25)

Ogni volta che penso a Ivan, così come ogni volta che l'ho fatto in questi anni, la prima espressione che mi si affaccia alla mente è "fratello maggiore". So che condivido con molti questa consapevolezza, ma per ognuno ha un significato diverso, e una ragione particolare, e
sento come un dovere il fatto di spiegarla.

Non solo per l'affetto che non ha bisogno di spiegazioni, come tra fratelli. E non solo per l'anno di differenza, o per il fatto che messi accanto sembravamo un ramo appoggiato ad un armadio a due ante.
Intendo una persona che trova sempre il modo giusto per parlarti; sa quando è il caso di tacere e quando intervenire, anche se non lo chiedi; che sa quando è il caso di incoraggiarti e quando al contrario deve contestarti anche duramente, se vede che sbagli, ma senza nasconderti l'affetto che sta dietro le critiche; e lo fa perché crede che, tutto sommato, con qualche aggiustamento, puoi riprendere la direzione giusta.

Un atteggiamento coraggioso che richiedeva, pretendeva, anche nei suoi confronti, senza sconti. Come quando mi chiese un parere su un suo articolo, che mi era piaciuto molto; e durante il mio commento mi interruppe, dicendomi "è inutile che mi dici quello che va bene, non
mi serve a niente; mi devi dire quello che non va".

Non so perché, ma lui con me è stato sempre così. Non è facile dire quanto fosse inestricabile, e prezioso, l'intreccio di sincerità, quasi dura, e di dolcezza, con le quali faceva capire come la pensava, sul mondo in generale e su quanto facevo e gli dicevo. Erano scossoni salutari, ogni volta, di quelle potature che poi ti fanno crescere più forte. Di quelle che ti dà un fratello, appunto, che sa di essere arrivato prima di te a certe conclusioni, ad una consapevolezza
decisa, e sa che questo comporta la responsabilità di richiederla negli altri, questa consapevolezza, e di condividerla. E lo sa fare, sia con l'esempio che con il racconto. E anche con il piacere dell'esempio e del racconto; come i maestri, veri.

Tutto questo, per me, nonostante non si trattasse di episodi frequenti. Vite diverse, incontri non quotidiani, forse proprio per questo ancora più intensi. Da ripensarci per i giorni e i mesi
successivi, a lungo.

Un mese di Interrail, dopo la maturità, in giro per l'Europa come matti a parlare della costruzione delle nostre vite per i successivi cent'anni (almeno così speravamo), a qualsiasi ora del giorno e della notte; o cinque giorni alle Eolie, a Ginostra, l'anno scorso; a fare
lo stesso, ancora, incredibilmente, come allora, solo con un sacco più pesante sulle spalle, ognuno il proprio; e il suo era ricolmo di esperienze, e di saggezza. E le cene in terrazza. E ogni volta riscoprivo la passione nelle cose che faceva, faticosa (perché non nascondeva il prezzo delle scelte) e leggera al tempo stesso, come di chi sa che ha scelto di diventare quello che voleva e ci è riuscito, nonostante le difficoltà e le contingenze.

Quel suo modo di dire, ogni volta che stava per affermare qualcosa di deciso, "senza voler dare lezioni a nessuno"; quel modo di dire era la premessa più convincente per fermarsi a pensare alle sue parole; perché davvero non voleva dare nessun tipo di lezione, voleva solo condividere la propria visione del mondo; un'ulteriore manifestazione di generosità, tra le tante. E proprio per questo lo ascoltavi, e al di là delle opinioni, anche magari diverse, ti rendevi conto di quanto avesse ragione a mettere in evidenza quali fossero le cose importanti, e quanto fosse essenziale non perdersi in cortine fumogene, fosse anche solo per pudore, nel dire e nel fare quello che ognuno dice e fa.

Per tutto questo, ammesso che sia possibile, si deve cercare di dare un senso a questo dolore, e di portare Ivan con sé, ogni giorno. Ma per quanto mi riguarda non voglio che siano ricordi. Quelli non me li può togliere nessuno. Voglio che sia futuro; quello che gli è stato negato, ci è stato negato, ma che è possibile riprenderci, e che gli dobbiamo.

Non saranno altre cene, altri viaggi, altri racconti. Né i figli che, come noi, come diceva ridacchiando, avrebbero dovuto trovarsi nella stessa classe per potersi passare i compiti. Ma sarà comunque futuro.

Per la gratitudine, continuamente rinnovata, ogni volta che penserò a lui. E se solo riusciremo a metterci in gioco, ognuno come potrà, anche solo un poco di più del solito, cercando di avvicinarci alla sua irresistibile e dolcissima forza, vorrà dire che Ivan ci avrà fatto l'ultimo regalo, il più prezioso.

Di cui essergli grati, ancora una volta, per tutto il tempo a venire.

Francesco

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Ho conosciuto Ivan a Strasburgo...

di admin (22/07/2008 - 18:21)

Ho conosciuto Ivan a Strasburgo, quando ci raggiungeva per cercare di raccontare su Liberazione quelle settimane frenetiche che trascorrevamo insieme rinchiusi in Parlamento... Ognuno di noi correva a indicargli la propria priorità, a chiedergli tempo e disponibilità. Lui cercava  di individuare le priorità, di non scontentare nessuno.
Sempre pronto a cogliere i particolari, riservato e riflessivo, non si accontentava mai delle apparenze attento a scoprire cosa si nascondeva dietro la superficie di ogni evento.
Solo recentemente avevo scoperto la sua ironia e la sua dolcezza, ma ho avuto  il tempo solo per immaginare quale umanità si nascondeva dietro il suo sorriso capace di apparire anche all'improvviso, nei momenti più inaspettati.

Grazie Ivan
Vittorio Agnoletto

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Il primo ricordo che ho di te Ivan...

di admin (22/07/2008 - 17:36)


Il primo ricordo che ho di te Ivan risale alla metà degli anni '70
quando per la prima volta ridemmo insieme.  Si! Ridere è la prima
parola che mi viene in mente quando ti penso. Ridevamo sempre quando a
casa tua, in quella tua stanzetta, cercavi il secondo palo eseguendo
l'ennesima acrobatica rovesciata e pretendendo di non far rumore. La
palla di spugna, che secondo le tue intenzioni (spesso dichiarate
mentre la palla era ancora in cielo e ti stava per raggiungere) quella
palla che si sarebbe dovuta infilare sotto la traversa della nostra
porta immaginaria, andava regolarmente a distruggere qualche oggetto
nell'esatto istante in cui il tuo corpo, ricadendo, faceva tremare il
solaio del quarto piano. Ed era allora che cominciavamo a ridere come
pazzi. Ridevamo e ci capivamo al volo: non stavamo ridendo perché
avevi per l'ennesima volta distrutto qualche tazza sulla tua scrivania
e che quindi tua madre sarebbe venuta a rimproverarti, ridevamo perché
sapevamo entrambi che avevi di nuovo tentato il colpo di classe
impossibile da eseguire ed avevi quindi, come dicevi tu, "svaccato".
Ti piaceva fare le cose con classe. Ma ci ridevi anche su. Mi piacesti
subito. Capii che saremmo stati amici, praticamente fratelli, per
sempre. Il sempre è diventato… fino all'età di 37 anni, troppo pochi.
Ma che anni!

Aiutati dalla grande amicizia dei nostri genitori cominciammo a
volerci frequentare sempre più spesso a voler crescere insieme. Non
facevamo la stessa scuola, non avevamo amici in comune, ci formammo la
mente in ambienti differenti, comincia ad ascoltarti con sempre
maggiore rispetto. Mi affascinavi, mi hai sempre affascinato.
Sghignazzavi quando io ed il mio caro gemello Francesco ci picchiavamo
ridevi a crepapelle ma poi facevi emergere la tua sensibilità e venivi
a separarci. La pace ti piaceva già allora. Poi siamo diventati
adolescenti e all'allegria si sono aggiunti altri sentimenti, molti
dei quali me li hai fatti scoprire te: il fomento per le canzoni dei
Qeen e più in generale la passione per la musica (ma quanto ci rompevi
le palle con quella batteria che suonavi a tutte le ore), per il
cinema e la lettura (i primi libri fantasy), la passione per le
ragazze e per la politica (all'inizio solo perché in quell'ambiente si
rimorchiava di più poi invece perché credevi nella possibilità di un
mondo più giusto), la prima canna di The a Ponza! Che risate. La
voglia di trasgredire alle regole ti piaceva. Spesso sparivi con gli
altri amici, quelli che allora non avevo mai visto e che invece oggi
conosco tutti e me li ritrovo tutti qui a piangere la tua assenza,
sparivi con loro e non ci vedevamo per qualche mese; poi tornavi pieno
di novità da raccontarmi con quelle tue parole sempre ricercate, un
poco grottesche ma soprattutto esilaranti. Cominciasti a viaggiare
molto da subito, eri sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, eri
stupendamente curioso. A scuola studiavi soltanto gli argomenti che ti
interessavano di più, gli altri no; non meritavano la tua attenzione.
Quante volte ho passato indenne un'interrogazione di storia solo
perché la sera prima, davanti ad una birra, mi avevi tenuto una
lezione al volo. Raccontata da te mi rimaneva impressa nella mente,
altro che libri di testo! Ti esprimevi in maniera intelligente. Mi
stimolavi. Quanto ero felice quando capivo che ti stavo facendo
divertire oppure quando mi prendevi come prima scelta per fare una
partita a calcio.

Poi siamo diventati adulti e i miei ricordi con te diventano più
nitidi: la tua passione per i cani e per gli animali più in generale,
per il mare blu e per i pesci, per il giornalismo e per la storia
mediorientale, per l'ambiente e per le camere di famosi alberghi a
cinque stelle. Il tuo tifo sfegatato e scherzosamente fazioso e
rissoso per la Roma. Il tuo coraggio nel cercare di capire da vicino
la parte di mondo che è perennemente in guerra o dove è normale andare
in un pub e poggiare un kalasnicow sul bancone (quante volte però ti
ho sentito ripetere questa frase per fare colpo su una bella ragazza,
mascalzone!).
La tua recente controversa esperienza vegetariana (mangiavi carne
soltanto se eri sicuro che l'animale aveva vissuto una vita serena
pascolando libero fino al giorno del macello), il tuo contrastato,
all'inizio, e poi convinto amore per Laura ("finalmente", mi dicevi,
"ho trovato la donna che fa per me: sveglia, bionda e con la pelle
liscia e chiara").
Ivan sei stato bravo in tantissime cose: coordinato, ottimo scrittore,
egregio giocatore di calcio, affascinatore di belle donne. Sei sempre
stato bravissimo a fare incazzare la gente e poi a recuperare la
situazione, sempre il più veloce a capire un nuovo videogames, ottimo
sciatore e nuotatore. Ma una cosa non la sapevi fare: riuscire a
controllarti negli eccessi; O forse mi sbaglio: non hai mai voluto
sentirti malato hai sempre voluto godere della vita appieno, senza
limiti, senza paura della morte.
Questo però mi fa rabbia perché ho iniziato a ridere con te in quella
tua stanzetta 30 anni fa e avrei voluto farlo ancora per tanti anni.
Mi fa rabbia sapere che non mi vedrai padre e che Cristina non potrà
conoscerti meglio di quanto non abbia fatto in questi ultimi due anni.

Ma sarò ottimista, come piaceva a te: mi farò bastare tutte le nostre
allegre giornate passate insieme, mi farò bastare tutte le cose belle
che mi hai lasciato in questa mia mente oggi così confusa. Le
racconterò a mia figlia, sarai il suo eroe tenero.
Dalla tua morte ho imparato che bisogna sfruttare sul serio ogni
istante della nostra vita, cercare, in questi anni che ci spingono
verso l'implosione in noi stessi, di aprirsi veramente agli altri,
come facevi tu, con classe e simpatia
Ti amerò per sempre.

Valentino

 

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